Veronica Beccari a 3 anni perse il padre nell’agguato della Uno Bianca: “L’ho ritrovato nelle sue canzoni”

Bologna, 4 giugno 2026 – “Mio padre continua a vivere nella musica, ancora oggi ascolto le sue canzoni preferite. E continua a vivere ogni volta che chiamo mia figlia, le ho dato il nome di Carlotta. In suo onore”.

Veronica Beccari era una bimba quando le fu ammazzato il padre. Ha solo 3 anni e mezzo quando le viene strappato via in pochi attimi la sera del 19 febbraio 1988, poco dopo le 20 davanti alla Coop di Casalecchio di Reno, dove la banda della Uno Bianca fa scoppiare un ordigno e inizia a sparare su quattro guardie giurate. Tra queste c’è Carlo Beccari, 26 anni nemmeno compiuti, una moglie e una figlia: Veronica. Che fino a oggi – quasi quattro decenni – non aveva mai parlato. Per quell’omicidio saranno condannati Marino Occhipinti, Roberto Savi, Fabio Savi.

Veronica, ricorda qualcosa di quei giorni?

“Nulla. Ho iniziato a crescere e semplicemente lui non c’era”.

Ci si abitua, con il tempo?

“Mai. Non è possibile. Semmai, ci si rassegna. Una rassegnazione che arriva lenta, mano a mano che cresci e ti rendi conto che lui non tornerà mai più. Che non sarà mai con me in nessuna tappa della vita. Né in quella della mamma, che aveva sposato da poco. Perché ogni giorno mi rendo conto un po’ di più di tutto quello che non abbiamo potuto vivere insieme. E vedo la portata di quanto ci è stato tolto. Ed è allora che la rassegnazione lascia spazio a una rabbia immensa”.

Come riesce a farci i conti?

“È impossibile descrivere a parole cosa significhi. È un vuoto enorme, come una voragine, e allo stesso tempo un peso, perché questa assenza, costante, pesa. Sempre. È come combattere una guerra che sai che non può avere fine. Mi hanno privato di quella che è la figura di riferimento di ogni figlia”.


Quando ha sofferto di più per la sua assenza?

“In ogni singolo giorno della mia vita. È nella quotidianità che si sente la mancanza, nei momenti leggeri, nelle piccole cose. Per fortuna ho una mamma meravigliosa, che è stata bravissima e me lo ha fatto conoscere attraverso i ricordi e le canzoni che ascoltava sempre”.

Tipo?

“I Supertramp, gli Elo, The Alan Parsons Project, soprattutto questi. Li ascolto sempre anche ora. Ed è qui che riesco a ritrovare mio padre. ‘Questa la ascoltavamo quando tu eri nella pancia’, dice mamma. ’Questa quando eri piccola’. E così via. E con ciascuna canzone è come se recuperassi una parte di lui, altri pezzi di una vita scomparsa. Qualche anno dopo la sua morte ci siamo trasferite. Ma si andava sempre a trovare i nonni a Bologna”.

Roberto Savi, Fabio Savi, Marino Occhipinti.

“Sono macchine da guerra. Macchine di odio. Non hanno capito cosa hanno fatto. Guardate Roberto in quell’intervista tv: è come se non provasse nulla, nessun sentimento, o rimorso. Come se fosse anestetizzato. Né lui né gli altri riescono a vedere il dolore che hanno causato. Fabio mi fa paura. Ma Roberto mi fa ancora più paura”.

Impensabile un reinserimento in società, come proposto di recente?

“Non c’è del bene in loro, non ce n’è mai stato e oggi non sono cambiati. Non ci sono i presupposti per il reinserimento. Sono capaci solo di seminare il male, di far soffrire chiunque incontrino sul loro cammino. Farli uscire dal carcere sarebbe l’errore più grande. E se avessero un minimo di coscienza non chiederebbero uno sconto di pena. Non auguro la morte a nessuno, a loro tantomeno. Perché morire, in questo caso, sarebbe troppo facile. Invece spero arrivi un momento in cui soffrano per il dolore che hanno portato a così tante persone”.

https://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/uno-bianca-linchiesta-nuova-istanza-e5f32b73

Alberto Savi, il minore tra i fratelli, gode però della semilibertà.

“È un’ingiustizia. Perché mio padre a 26 anni si è ritrovato chiuso in una bara. E questi adesso pretendono di essere liberi?”

Cosa direbbe Veronica, quella bimba piccolissima rimasta orfana di padre, a Occhipinti, anche lui ex poliziotto, se lo avesse di fronte?

“Nulla, credo. Sarebbe inutile”.

Qualche anno fa uscì di prigione ma poi è tornato dentro per maltrattamenti alla compagna.

“Ecco. Ha dimostrato la sua vera natura, quella di violento. Non c’è stata redenzione”.

Suo nonno Luigi, purtroppo ora scomparso, disse che non lo avrebbe mai perdonato.

“Idem. Non potrò mai perdonare nessuno di loro”.