Vite in apnea

Una tavola del fumetto Sindrome Italia

“Sindrome Italia” racconta la malattia che colpisce le donne dell’Est al loro ritorno a casa dopo anni spesi a prendersi cura dei nostri cari. Una lettura necessaria

In Italia abbiamo un numero altissimo di lavoratrici domestiche, sintomo di un welfare che non funziona. La carenza di servizi domiciliari e di risorse a sostegno delle famiglie porta a rivolgersi alle cosiddette “badanti” – spesso donne dell’Est Europa, senza nessun contratto – affinché si occupino di prendersi cura dei nostri cari e di tenere la casa in ordine. Ma chi sono, prima ancora di essere badanti, queste donne invisibili che arrivano da Ucraina, Romania, Polonia, Moldavia? Che cosa si sono lasciate alle spalle e cosa chiedono al futuro?

A queste domande ha provato a rispondere Tiziana Francesca Vaccaro, autrice e attrice teatrale, in due anni di studio e di incontri. Lo racconta lei stessa in queste pagine. Ne è uscita una sola storia, quella di Vasilica: specchio esemplare e doloroso di tante storie, diventata prima un testo teatrale e soltanto dopo, insieme a Elena Mistrello, un fumetto. La Sindrome Italia, da cui prende il titolo il graphic novel, è il nome che due psichiatri ucraini, Andriy Kiselyov e Anatoliy Faifrych, hanno dato al burnout che travolge le lavoratrici domestiche dopo gli anni passati nel nostro Paese. La miscela fra lo stress che vivono sul lavoro e il senso di colpa per aver lasciato le proprie famiglie per prendersi cura di quelle degli altri ha conseguenze devastanti per la loro psiche: desideri suicidi, tristezza, inappetenza, insonnia.

La solitudine provata lontano dagli affetti più cari e un ritorno difficile, che non le fa più sentire davvero a casa, trascinano così sempre più donne nel pozzo della depressione. Per descrivere una condizione capace di togliere il respiro, Elena Mistrello utilizza la metafora dell’annegamento e trasforma Vasilica in un anfibio, animale ibrido che non sai dire se appartiene all’acqua o alla terraferma. Il fumetto edito da BeccoGiallo, che lo scorso settembre ha vinto il premio per la “miglior sceneggiatura” al Treviso Comic Festival, è stato candidato come “migliore opera prima” al prestigioso Comicon di Napoli. Al momento di scrivere non conosciamo l’esito, l’unica certezza è che a Nuova Ecologia faremo il tifo per Tiziana, Elena, Vasilica e per tutte quelle donne che lottano per riprendersi la propria vita (il premio è andato a loro, ndr).

la cover di Sindrome Italia

Sulla pelle di Vasilica

di Tiziana Francesca Vaccaro

Era il 2018, cercavo materiale per scrivere uno spettacolo. Nello stesso tempo, per un problema di salute, una donna ucraina si prendeva cura di me. Abitava proprio accanto a casa mia, con altre ucraine: tutte badanti. Ha iniziato così a raccontarmi pezzi di vita, del suo lavoro in Italia e di quella fatica che aumentava ogni giorno. Aveva sempre gli occhi bassi, scavati. Il mio cuore, invece, si faceva sempre più piccolo. Volevo saperne di più, le storie che stavo cercando le avevo davanti agli occhi, potenti eppure invisibili.
A Milano è stata l’attivista Silvia Dumitrache dell’Associazione donne romene in Italia a parlarmi per la prima volta della Sindrome Italia. Da quell’incontro ho sentito un senso forte di responsabilità, come artista, di svelare questo pezzo del nostro tempo. Ma da dove partire per raccontare un fenomeno così complesso? Agli inizi della mia ricerca di questa malattia si parlava poco o nulla. C’era stato un documentario mandato in onda dalla Rai, ma gli articoli erano soltanto in rumeno o ucraino. Una volta recuperato un po’ di materiale medico-scientifico, grazie anche alle traduzioni di Silvia, ho realizzato interviste e condotto laboratori teatrali durante i quali incontravo donne diverse, con le esperienze più disparate, ma per alcuni aspetti identiche. Le accomunava la solitudine e il dolore.
Come far arrivare tutto questo senza annoiare o allontanare lo spettatore? Con il dolore si ha a che fare ogni giorno, appartiene a tutti. Per trasformarlo in creazione bisogna partire da se stessi, farsi attraversare e poi lasciarlo andare. È faticoso, ma necessario per restituire la vita di una persona con la stessa potenza e lealtà con cui l’ha raccontata. Io sono partita da me – dal mio vissuto, dai miei strumenti – per arrivare a Vasilica, la protagonista di questa storia, scelta per la scena e per il fumetto. Poi mi sono messa da parte. Per deformazione professionale, essendo anche attrice dei miei spettacoli, ho l’opportunità di conoscere la materia del dolore, di entrarci con tutta me stessa, di modellarla per trasformarla in arte e bellezza (questo almeno è il mio augurio). Così ho iniziato a scrivere, attraversando questa vita qui. Ero così tanto dentro la storia di Vasilica da percepirne tutto il dolore. Una storia è un po’ come un vestito: lo indossi perché ti sta bene, lo tieni a lungo. Fin quando non diventa la tua seconda pelle.

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