Alex Zanardi e la disabilità in televisione: uno spazio condiviso oltre la retorica del campione

La storia di Alex Zanardi è nota a chiunque sia appassionato di sport, il compianto campione e atleta paralimpico ha dimostrato a tutti che è possibile farcela. È possibile imporsi nonostante un destino diverso, beffardo e circostanze che non sempre rispecchiano le aspettative iniziali. Un uomo morto da poco, destino ineluttabile per chiunque, ma nato tre volte. Reinventatosi probabilmente molte altre da pilota di Formula Uno e rally ad atleta paralimpico.

La vera rivoluzione, però, non è solo questa. Zanardi ha fatto qualcosa che sarà difficile replicare e non riguarda soltanto le medaglie vinte, la resilienza (termine abusato, ma nel suo caso e per la sua storia opportuno) e la volontà di migliorarsi. C’entra semmai la televisione e l’uso della disabilità sul piccolo schermo. Viviamo in tempi dove tutto è potenzialmente ribalta, quindi la forza del racconto diventa fondamentale. Se ogni cosa, in linea di massima, può arrivare sotto i riflettori, la differenza sta nel tipo di narrazione che sceglie di essere fatta.

Alex Zanardi e la vera inclusione sociale

La parabola storica e sportiva di Zanardi è un esempio per tutti, la sua stagione televisiva però è un monito per chi ha una disabilità e ha sempre coltivato il sogno di vivere il piccolo schermo. Arrivare in televisione non è semplice per nessuno, ma chi ha una disabilità deve faticare un po’ di più. Non è una questione esclusivamente legata all’accessibilità dei luoghi, alle barriere architettoniche e alle modalità di selezione. L’inclusività televisiva, questa sconosciuta, passa dalle scelte che si fanno e dai criteri che dovrebbero essere applicati. Se un programma funziona e un conduttore o una conduttrice sono validi vengono scelti. A prescindere dalla condizione che hanno.

Alex Zanardi con Sfide in televisione
Alex Zanardi cambia il concetto di disabilità in tv (Instagram profilo ufficiale) – TvBlog

Questo sulla carta, la realtà è molto più spietata e senza nessun tipo di compromesso applicabile. La disabilità in televisione arriva solo se c’è un determinato tipo di racconto a supportarla. Gli atleti paralimpici vanno sul piccolo schermo perchè le loro sono storie di rivalsa e una dimostrazione costante di rivincita. Fattori che aiutano l’Auditel ed emozionano il pubblico. Zanardi, invece, ha fatto qualcosa di diverso: ha preso la sua figura di campione, l’ha spogliata idealmente dalla retorica dei trionfi e dalla banalità del riscatto e si è messo in gioco ulteriormente. Anche grazie alla lungimiranza della Rai.

La disabilità al centro della scena

Il compianto atleta, infatti, ha condotto due programmi: E Se Domani, nella stagione 2010-2011, e Sfide dal 2012 al 2016. Questi format erano diversi fra loro per natura e contenuto, ma il denominatore comune era Alex Zanardi. Un campione, ma soprattutto conduttore, con disabilità protagonista in televisione. Protagonista è la vera parola che rivoluziona alla radice il concetto di inclusione sociale, in un’epoca in cui chi vive una disabilità è destinato a un ruolo da comprimario, Zanardi ha dimostrato che le etichette e i preconcetti non servono a nulla. Neppure sul piccolo schermo.

Oggi molte persone, sulle sue orme, popolano la tv per raccontare la propria storia. Persone che ce l’hanno fatta, oppure in cerca di una dimensione, partendo da una condizione di disabilità. Nessuno, tranne Zanardi, però ha ancora compreso che l’inclusione vera – in televisione e nella vita – non avviene quando uno sportivo o un rappresentante della cultura e dello spettacolo parla in prima persona della sua disabilità. Si verifica, invece, nel momento in cui professioniste e professionisti con disabilità possano esprimere loro stessi senza bisogno di giustificare sempre la loro presenza.

L’importanza di essere professionisti e persone

Zanardi conduceva una trasmissione, pur avendo una prospettiva diversa. Le inquadrature indugiavano sul bastone o sulla carrozzina, ma non definivano – né intaccavano – il valore professionale e personale di un professionista. Semmai quel professionista ha fatto capire a tutti che un essere umano, uomo o donna che sia, non è definibile esclusivamente attraverso la disabilità che vive. Si determina attraverso quello che riesce e può esprimere.

Questo, in termini televisivi, significa rompere una barriera senza clamore ma con determinazione. L’inclusione sociale è quando le istanze e i paradigmi si ricongiungono in nome di una giustizia sociale e professionale che non deve spaventare nessuno. Neppure in televisione. Quando ci saranno altri presentatori con disabilità in tv, proprio come è stato Zanardi in quegli anni, allora il suo messaggio – sociale, culturale e politico – sarà stato recepito. Lontano dalla retorica del campione e vicino a una presenza consapevole. Una differenza sottile, ma sostanziale. Nel rispetto di un’icona senza tempo, anche per quel che ha fatto lontano dalle piste e dai campi sportivi.