Caos nel secondo turno delle presidenziali brasiliane, che vedono contrapposti il presidente uscente Luiz Inácio Lula da Silva, del Partido dos Trabalhadores, e il senatore Flávio Bolsonaro, del Partido Liberal, figlio dell’ex presidente Jair (che non corre personalmente perché sconta 27 anni ai domiciliari per tentato golpe). Al primo turno, Bolsonaro aveva chiuso in vantaggio per poco più di due milioni di voti, su quasi 120 milioni di votanti: il recupero degli astenuti è cruciale per entrambi.
Nel giorno del voto, la campagna di Lula denuncia tattiche per ridurre l’affluenza e ricorre alla giustizia, in mattinata. Il Tribunale Elettorale spicca un mandato d’arresto per l’assessore alla mobilità di Salvador, nello stato di Bahia, che aveva impedito a gran parte degli autobus di circolare: soprattutto nella regione Nordeste, serbatoio storico di voti lulisti (Lula al primo turno aveva staccato Bolsonaro di oltre trenta punti), l’assenza di trasporto pubblico riduce inevitabilmente l’affluenza.
Il segretario però risulta in viaggio, a Parigi, e si difende a distanza: appena un ritardo, un disguido, gli autobus alla fine sono usciti dai parcheggi. Ma anche a San Paolo risultano attese anche di tre ore, soprattutto nei quartieri periferici più popolari. La campagna di Lula chiede al Tribunale Elettorale, a pochi minuti dalla chiusura dei seggi alle 17 di Brasilia, di prorogare l’apertura e le operazioni di voto di due ore; il Tribunale rifiuta, ma è superato dal giudice della Corte Suprema Cristiano Zanin che accoglie l’istanza ed estende l’apertura dei seggi fino alle 19 di Brasilia (Zanin, conservatore ma di nomina lulista, è anche stato avvocato personale del presidente uscente). La campagna Bolsonaro si aggiunge alla richiesta di mantenere le urne aperte, senza far cenno ai problemi di San Paolo e Salvador, e citando invece questioni meteorologiche negli stati di Minas Gerais e Rio Grande do Sul.
Ma la notizia della decisione di Zanin viene trasmessa a macchia di leopardo: in diversi seggi, le urne elettroniche sono già state chiuse, e non esiste un protocollo per riaprirle. Confusione tra gli scrutatori: c’è perfino chi propone di prendere dei foglietti di carta e scriverci sopra i voti. Finché non arriva una sentenza aggiuntiva di Zanin: le urne rimangono aperte sì, ma solo se sono aperte. Quelle che erano state chiuse rimangono chiuse, i voti verranno conteggiati per come sono, e pazienza.
Comincia quindi il conteggio centrale dei voti al Tribunal Superior Eleitoral di Brasilia, che li certifica e contestualmente li pubblica, mentre in diversi seggi si continua a votare: una situazione senza precedenti. Entrambi i candidati, durante la giornata, avevano mostrato ottimismo: “Faccio politica da cinquant’anni e non avevo mai visto una cosa del genere”, aveva dichiarato Lula, riferendosi alla mobilitazione popolare tra i due turni; mentre il suo avversario Bolsonaro aveva parlato di “cambiamento” in arrivo.
L’unico dato immediato, però, è la confusione e l’inevitabile perdita di credibilità del sistema elettorale, chiunque risulti il vincitore, con un margine probabilmente molto risicato. E il rischio di lunghi strascichi in tribunale. Il Brasile potrebbe svegliarsi domattina con un nuovo presidente che piace all’America trumpiana e ai mercati finanziari, o con la conferma dell’ottantenne presidente uscente. In ogni caso, con una polarizzazione ulteriormente rafforzata.