Parigi, 2 ottobre 2026 – Michele Marchi (nella foto) è professore di storia contemporanea all’Università di Bologna (Campus Ravenna), studioso della Francia e autore del libro ‘Presidenzialismo a metà. Modello francese, passione italiana” (Il Mulino).
Professor Marchi, da dove nasce la protesta?
“I primi movimenti nascono nei licei di periferia, una novità perché solitamente i licei più politicizzati sono quelli dei centro-città, in particolare di Parigi. Tutto è partito da Créteil, con rivendicazioni molto concrete: mancanza di servizi, di aule, di insegnanti di sostegno, di carta igienica. Poi, con la mobilitazione dei licei più politicizzati, sono uscite tematiche che hanno poco a che fare con le rivendicazioni iniziali. La situazione va comunque inserita nella crisi politica, istituzionale e sociale che la Francia sta vivendo da anni”.
Come si è inserita la politica in questo contesto?
“Inizialmente sono circolate le immagini del sindaco di Saint Denis, Bally Bagayoko, della France Insoumise, che si è mostrato con i manifestanti, sostenendo che quello fosse il posto dei rappresentanti eletti. Jean-Luc Mélenchon ha parlato subito di una repressione poliziesca selvaggia, facendo poi una mezza marcia indietro nel momento in cui sono esplosi momenti di violenza più gravi. Anche Macron è intervenuto, affermando che i responsabili politici non devono mai legittimare la violenza”.
Qual è il ruolo della France insoumise, che il governo considera all’origine delle rivolte?
“Per la France Insoumise è impossibile, da un lato, non cavalcare quest’onda, perché se andiamo a guardare l’elettorato 18-24 anni, che significa liceali e universitari, il 40% dice che voterà Mélenchon. Dall’altro lato però, in caso di crescita del livello di violenza, perderebbe legittimazione e autorevolezza e sappiamo che da questo punto di vista, nuocerebbe a Mélenchon se dovesse andare ad un ballottaggio nel 2027”.
E dall’altro lato dello spettro politico?
“Marine Le Pen è intervenuta presentandosi come la voce responsabile, quasi del personaggio politico già presidente in pectore, condannando qualsiasi atto di violenza. Ha accusato la sinistra radicale di essere all’origine della violenza. Ha poi aggiunto che, dato che le violenze arrivano dalle periferie urbane, quei territori che da anni ricevono sovvenzioni per l’edilizia, per i servizi, era ora di finirla perché in realtà sono altri i territori dimenticati della Francia. In un certo senso ha stigmatizzato quest’idea che nelle periferie ci sono i facinorosi, i violenti, coloro che sostanzialmente pesano sui soldi pubblici”.
Perché la Francia è così polarizzata e il dialogo sfocia spesso nella violenza?
“A sette mesi dal voto è evidente che questo livello di polarizzazione non possa che aumentare e questo va a detrimento di quelle richieste iniziali molto concrete dei liceali. E se anche gli universitari entrano nel conflitto, la polarizzazione crescerà perché gli universitari sono più ideologizzati. La protesta potrebbe durare se la repressione poliziesca dovesse diventare molto muscolare e se gli scontri dovessero essere più duri. Dipende anche se il movimento, nel politicizzarsi, riuscisse ad aprire un canale di mediazione con il governo”.
La Francia sembra ‘infiammarsi’ spesso rapidamente. Non è la prima volta che succede, vengono in mente i gilet gialli…
“Il problema in Francia è che le forze intermedie, come i sindacati e i partiti, sono deboli e questo spiega in parte perché queste pulsioni sono poco controllate. Gli iscritti ai partiti politici sono bassissimi, circa il 2% della popolazione, e gli iscritti ai sindacati sono irrisori rispetto all’Italia, per esempio. Il nostro Paese, pur nelle difficoltà, integra meglio il conflitto”.