Gli affari degli imperatori. Trump vede Xi Jinping a Pechino. Aperture su tecnologia e terre rare

Roma, 14 maggio 2026 – Una visita più per prendersi le misure che per prendere decisioni concrete. Ma i temi sul tavolo sono tanti e tutti rilevanti: dagli accordi commerciali alla situazione in Iran, passando per Taiwan.

Gianluca Pastori, professore associato nella facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, spiega dove potrebbero esserci le maggiori aperture e dove, invece, la situazione è destinata a rimanere invariata.

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Relazioni commerciali

Una cosa è certa: in una certa misura, Stati Uniti e Cina non possono fare a meno l’una dell’altra. Proprio sul “pugno duro commerciale”, però, Trump ha fondato molta della sua credibilità politica e adesso, a pochi mesi dalle elezioni di midterm, si ritrova a ripensare, almeno parzialmente, una politica che prima era tendenzialmente solo di chiusura.

“Non ci si aspetta molto da questo incontro fra Trump e Xi sul piano delle relazioni commerciali e probabilmente non ci sarà nemmeno molto di concreto – spiega Gianluca Pastori –. Donald Trump però, in questo momento, ha bisogno di mostrare qualcosa alla propria opinione pubblica, perché il consenso interno è in calo e quindi qualche risultato, magari anche soltanto simbolico, deve portarlo a casa”.

Non si sconfessa la politica dei dazi, insomma, ma nemmeno si chiudono porte. Il fatto che i ceo di molte imprese tecnologiche americane (ben 17, da Cook a Musk) siano al suo seguito sembra dare un messaggio molto chiaro in questo senso.

“Credo che si proverà a lavorare soprattutto sul tema delle aperture nel campo della tecnologia in cambio di aperture in quello delle terre rare. È una questione strategica sia per Washington sia per Pechino. Se arriverà qualcosa, però, sarà più ‘marketing politico’ che un accordo strutturale, capace di cambiare davvero i rapporti fra le due potenze”. 

Il tycoon presenta Elon Musk al vice presidente cinese, Han Zheng
US President Donald Trump (C) presents SpaceX, Twitter and electric car maker Tesla CEO Elon Musk (R) to China’s Vice President Han Zheng at Beijing Capital Airport in Beijing on May 13, 2026. (Photo by Brendan SMIALOWSKI / AFP)

Guerra in Iran

Il presidente americano, prima di partire, ha dichiarato di non aver bisogno della Cina nella soluzione della crisi iraniana. Una necessità comunicativa dovuta al fatto che è stato lui a decidere l’inizio di questa guerra e quindi chiedere esplicitamente aiuto verrebbe facilmente interpretato come un gesto di debolezza.

Gianluca Pastori, però, pensa che Pechino non rimarrà totalmente fuori dai giochi. “Non sono affatto convinto che gli Stati Uniti non abbiano bisogno, almeno indirettamente, della Cina. Anche Pechino ha interesse a un ritorno della stabilità nel Golfo, soprattutto perché una parte importante dell’energia che oggi è bloccata a Hormuz è indirizzata verso l’Asia e, in particolare, verso la Cina. Per questo credo che Washington e Pechino, pur senza alcuna fiducia reciproca e senza alcun amore politico, saranno costrette a fare un pezzo di strada insieme. Lo faranno però all’insegna della massima ambiguità: senza chiedere apertamente collaborazione e senza ammettere mai di stare cooperando”. Gioco delle parti fra grandi potenze, in questo caso quanto mai pragmatiche.

Donald Trump scortato dal vice presidenet cinese Han Zheng all'aeroporto di Pechino
TOPSHOT – US President Donald Trump (C) is escorted by China’s Vice President Han Zheng (R) upon his arrival at Beijing Capital Airport in Beijing on May 13, 2026. (Photo by Brendan SMIALOWSKI / AFP)

Il nodo Taiwan

E poi c’è il nodo Taiwan. “Se le parti si comportassero in maniera davvero razionale – spiega Pastori – probabilmente di Taiwan non si dovrebbe parlare quasi per nulla. C’è già troppa carne al fuoco nei rapporti tra Stati Uniti e Cina e ci sono già abbastanza divisioni aperte per aggiungere un tema così esplosivo. Proprio per questo sarà importante osservare come Taiwan sarà eventualmente evitata nei comunicati ufficiali. Se il nome non comparirà affatto o comparirà soltanto in maniera sfumata, quello sarà il vero segnale politico da leggere. Ci dirà quanto Washington e Pechino abbiano davvero interesse, in questa fase, a mantenere i riflettori sull’isola oppure quanto, invece, preferiscano abbassare la tensione almeno temporaneamente”.