Guerra in Iran, Teheran sfida Washington. “Hormuz è sotto il nostro controllo”

Roma, 13 maggio 2026 – Almeno su una cosa Stati Uniti e Cina sono d’accordo: lo Stretto di Hormuz non dovrà avere pedaggi. Ma da Teheran sembrano disinteressarsi dell’incontro fra i due big e tornano a ribadire i fondamentali. Il vicecomandante della Marina delle Guardie rivoluzionarie, Saeed Siahsarani, non ha dubbi su chi sia in vantaggio nell’area. “Il campo di battaglia e lo Stretto di Hormuz sono sotto il nostro controllo. Siamo pronti a condurre qualsiasi operazione, in qualsiasi momento e nel più breve tempo possibile”.

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Il militare ha poi ventilato un possibile piano di Trump per far sbarcare truppe sulla cruciale isola iraniana di Kharg: “Se gli Usa e Trump commettono un errore, trasformeremo il Golfo Persico nel più grande cimitero per le forze americane”. E ha aggiunto: “Non permetteremo che nemmeno un litro di petrolio attraversi lo Stretto di Hormuz”.

Non male, per una Marina che, a detta del presidente Trump e del suo segretario alla Guerra, Pete Hegseth, era stata totalmente annientata. Sembra godere, se non di ottima salute, quantomeno di indefessa determinazione. Come sempre, da quando è iniziata la guerra, la contrapposizione fra le versioni è tale da far pensare a due conflitti diversi. Stando al Comando centrale americano, Centcom, dall’inizio del blocco navale contro i porti iraniani gli Usa hanno deviato 67 navi commerciali, consentito il passaggio a 15 unità con aiuti umanitari e disabilitato 4 imbarcazioni.

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Una situazione delicata, destinata a peggiorare

Secondo il portavoce dell’esercito iraniano, il generale Mohammad Akraminia, la parte occidentale dello Stretto è sotto il comando della Marina dei Guardiani della rivoluzione, mentre quella orientale è controllata dalla Marina dell’esercito.

Questo controllo ha una finalità chiara: ribadire che Teheran non intende rinunciare a quello che considera un suo diritto, cioè applicare pedaggi alle navi in transito. “Il controllo dello di Hormuz genererà importanti entrate economiche per il Paese, che potrebbero perfino raddoppiare i ricavi petroliferi, e rafforzerà l’influenza dell’Iran sulla scena internazionale”, ha affermato ancora Akraminia.

La pace appare lontana

La pace, insomma, appare lontana. La fragile tregua decretata da Trump ha congelato un conflitto che, secondo le rivelazioni dei media, avrebbe già assunto dimensioni più ampie. Nel pieno dell’operazione israeliana “Ruggito del Leone”, Benjamin Netanyahu è volato in segreto negli Emirati Arabi Uniti per incontrare lo sceicco Mohammed bin Zayed. Per l’ufficio del premier israeliano, la visita avrebbe portato a una “svolta storica” nei rapporti tra Israele e Abu Dhabi.

Ma dietro la diplomazia si muove anche la guerra: Emirati e Riad, secondo alcune ricostruzioni, avrebbero condotto attacchi in territorio iraniano, mentre Israele avrebbe inviato batterie Iron Dome e personale militare ad Abu Dhabi per intercettare missili e droni lanciati contro i Paesi del Golfo alleati degli Stati Uniti.

Il dilemma di Trump

Sullo sfondo resta il dilemma di Trump: accettare un accordo con l’Iran, rischiando di apparire debole, o riprendere i bombardamenti. Scelta resa più complicata dalle valutazioni dell’intelligence Usa, secondo cui le capacità missilistiche iraniane sarebbero ben lontane dall’essere distrutte.

Crosetto intanto spiega che due cacciamine italiane si stanno posizionando “in via precauzionale” più vicino allo Stretto. Tajani chiarisce di non voler “chiedere di autorizzare una missione militare nel Golfo”, ma solo di “condividere l’impegno per la pace”.

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