Il pensiero di Frank Furedi: “Orwell aveva intuito come i totalitarismi cercassero di riscrivere la storia. Oggi vediamo qualcosa di simile”

Ai giovani che vivranno nel mondo di domani è stato proposto alla maturità il pensiero di un sociologo, Frank Furedi, che guarda al mondo con categoria da mondo di ieri, quello in cui è nato e che è lontano anni luce dall’attuale. E che sicuramente appartiene alla categoria dei pensatori conservatori e ‘schierati’ con la sua critica del multiculturalismo, alla cultura woke e alle politiche identitarie. Ripubblichiamo l’intervista concessa a Giulia Carla De Carlo per la serie “Il Piacere della Lettura” nel settembre 2025.

C’è chi lo considera un intellettuale scomodo, chi un polemista capace di intercettare le crepe culturali del nostro tempo. Frank Furedi, sociologo ungherese naturalizzato britannico, direttore del think tank Mcc-Brussels, nel suo nuovo libro La guerra contro il passato (Fazi) sostiene che oggi stiamo vivendo in una condizione di “presentismo”: il passato non è più fonte di insegnamento, ma terreno di conflitto e di cancellazione.

Professor Furedi, lei parla di una “guerra” contro il passato. Non è un termine eccessivo?

“No, perché quello a cui assistiamo è una messa in discussione radicale: giudichiamo persone vissute secoli fa come se fossero nostri contemporanei, le riteniamo moralmente inferiori. Perfino il linguaggio viene rivisto e censurato. È una vera invasione del passato da parte di chi vive nel presente”.

Viene spontaneo citare Orwell: “Chi controlla il passato controlla il futuro”. Vale anche oggi?

“In parte sì. Orwell aveva intuito come i totalitarismi cercassero di riscrivere la storia e persino la lingua. Oggi vediamo qualcosa di simile: la distinzione tra passato e presente tende a scomparire. Ma manca il futuro. Ed è questo il dato sorprendente: nessun partito, nessun leader propone un’idea costruttiva di futuro. Forse è la prima volta nella storia che accade”.

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L’innesco del libro è stato l’abbattimento della statua di Lincoln a Portland. Perché quell’episodio l’ha colpita tanto?

“Lincoln, per me bambino, era l’eroe che aveva liberato gli schiavi. Vedere la sua statua abbattuta è stato come uscire da un film horror. Era il segnale di una città e di una società che sembravano aver smarrito la bussola civile”.

Ma anche l’abbattimento delle statue di Mussolini considererebbe cancel culture?

“Dipende dal contesto. In Ungheria, durante la rivoluzione del 1956, le statue di Stalin furono abbattute ed era un gesto di liberazione popolare. Oggi però il fenomeno è diverso: non si mette in discussione un dittatore o un’epoca specifica, ma il passato nella sua totalità. Personalmente non abbatterei nessuna statua: meglio lasciarle, accompagnandole con targhe esplicative, oppure creare spazi museali come abbiamo fatto a Budapest con le memorie del comunismo”.

Lei parla di “archeologia della rimostranza”. Che cosa intende?

“È l’uso del passato per legittimare le ideologie del presente. Si saccheggiano figure storiche per rivendicazioni identitarie o si giudicano i Greci sostenendo che la loro non era una vera democrazia perché esisteva la schiavitù, dimenticando il contesto storico. Così il passato diventa un campo di battaglia ideologico”.

La copertina dell’ultimo libro di Frank Furedi, protagonista della puntata de “Il Piacere della lettura”

Il presentismo, scrive, blocca anche l’immaginazione del futuro. Quali politiche culturali servirebbero?

“Dovremmo ispirarci a Hannah Arendt: conservare il passato non per celebrarlo, ma per costruire su di esso. Serve una sintesi tra spirito conservatore e impulso creativo, come avvenne nel Rinascimento. Occorre una rivoluzione culturale che restituisca valore alle tradizioni e, insieme, apra orizzonti nuovi”.

Lei accusa le élite di aver tradito il compito di trasmettere la memoria storica. In che senso?

“Non esiste più quella noblesse oblige che spingeva le classi dirigenti a educare le nuove generazioni alle proprie radici. Oggi le élite si comportano come consumatori di idee effimere, dimenticando che la storia è piena di intuizioni da recuperare e adattare. Il risultato è che i giovani crescono senza radici”.

Se potesse agire domani, quali tre priorità metterebbe in campo?

“Prima di tutto la scuola: riportare nei curricula storia, filosofia, teologia, antropologia. Poi l’università: liberarla dal conformismo che la rende sterile. Infine la comunità: ricostruire spazi di appartenenza. Goethe diceva che ai figli servono due cose, radici e ali. Senza radici non si vola. Oggi rischiamo di avere solo ali fragili, senza più alcun legame con la terra da cui veniamo”.