Il presidente del Copasir: “L’Europa ha ridimensionato Putin”

Roma, 21 agosto 2025 – Dopo l’Alaska c’è stato Washington: un secondo round in cui l’Europa e Zelensky sono riusciti a riequilibrare i cedimenti di Trump a Putin?

Lorenzo Guerini, presidente Copasir
LORENZO GUERINI POLITICO

“Mi sembra di sì, fortunatamente. Affermando principi sacrosanti: che non possono essere accolte richieste inaccettabili sul piano territoriale e che le garanzie di sicurezza futura per l’Ucraina devono essere molto solide. E, soprattutto, che ogni decisione che riguarda l’Ucraina non può essere presa senza Kiev”, esordisce Lorenzo Guerini, presidente del Copasir, dopo essere stato ministro della Difesa, uomo di punta dei riformisti del Pd.

La deriva accondiscendente verso lo zar è stata corretta, dunque?

“Sì, nel senso che l’idea di Putin che tutto potesse essere risolto in un suo confronto a due con Trump si è rivelata un’illusione e ora Putin dovrà fare ciò che ha sempre negato in questi tre anni: riconoscere Zelensky e sedersi con lui al tavolo delle trattative”.

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Come valuta il ruolo dell’Europa in questo passaggio dopo che è apparsa come un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro?

“La compattezza e la determinazione europea al fianco di Kiev è uno dei messaggi più significativi emersi dal vertice di Washington. Anche simbolicamente ha riequilibrato la narrazione successiva all’incontro in Alaska tra Trump e Putin. Io non sono tra quelli che si esercitano al tiro al bersaglio quotidiano contro l’Europa. Pur in una situazione complessa e difficile abbiamo tenuto saldamente la posizione di sostegno all’Ucraina, in tutte le forme che ciò ha richiesto. E, ormai tutti ne sono consapevoli, le condizioni di sicurezza future per Kiev passano in maniera decisiva dall’Europa”.

Quali garanzie di sicurezza possiamo e dobbiamo offrire a Kiev?

“Mi sembra che si stia ragionando su un modello che ricalchi l’articolo 5 della Nato o quello degli accordi di sicurezza tra Usa e Giappone. Capiremo meglio nelle prossime settimane. Ciò che è certo è che dovranno essere garanzie molto solide con meccanismi tecnici di attivazione e processi decisionali previsti molto chiari. Per scoraggiare tentazioni future russe e garantire vera sicurezza all’Ucraina. Ma siamo solo all’inizio del possibile negoziato, c’è ancora strada da fare”.

Giorgia Meloni è oggi pienamente dentro la prospettiva europea? O vede ancora in atto il suo tentativo di fare da ponte con Trump?

“Non sarò certo io a negare la dimensione strategica della relazione transatlantica, pur nel quadro di difficoltà che ha segnato questi ultimi mesi, a partire dalla trattativa sui dazi. Ma nel contempo mi sento di dire che per l’Italia è fondamentale stare con i piedi ben piantati in Europa. Senza ambiguità”.

Appare sempre più evidente, però, che non possiamo contare sull’America come prima: come assicurare la nostra sicurezza di europei?

“No. La relazione con gli Usa, a partire dalla comune partecipazione all’Alleanza atlantica, è strategica per l’architettura di sicurezza europea. E così dovrà rimanere in futuro. Ciò che è certo è che l’Europa deve rafforzare la propria autonomia strategica, sul piano della difesa certamente, ma anche su spazio, intelligence e digitale. Consapevoli dei nostri limiti ma anche della nostra forza che è, e deve essere ancora di più, innanzitutto politica”.

Non è forse il tempo di far compiere un salto di qualità istituzionale all’Unione?

“Assolutamente sì. Cooperazione rafforzata, superamento dell’unanimità e ogni altro cambiamento per rendere più efficiente e forte l’azione europea è decisivo. Ma soprattutto ci deve essere in noi la consapevolezza che questa generazione è chiamata a fare dell’Europa una potenza globale, con la forza della nostra storia e del contributo che possiamo dare ad un nuovo auspicabile, per quanto per sua natura precario, ordine internazionale: dialogo, multilateralismo, cooperazione, rispetto del diritto internazionale. E con una politica di sicurezza e difesa all’altezza delle sfide del momento storico attuale”.

È evidente che resta una significativa divergenza tra Pd e Movimento in politica estera e di difesa: come si può immaginare di governare insieme?

“Siamo in un tornante storico molto delicato che restituisce un peso meno rilevante alle, pur importanti, dinamiche politiche interne. Sia nel nostro campo che in quello del centrodestra. Ciò che auspico è che nel nostro Paese ci sia un dibattito serio, responsabile, impegnativo. Ciò detto Pd e 5stelle hanno già governato insieme: io stesso sono stato ministro della Difesa nel governo Conte II e abbiamo preso insieme decisioni importanti a partire dall’incremento degli investimenti in ambito difesa. Quando ci si confronta con la realtà e non con la demagogia, pur nelle differenze, si può lavorare responsabilmente insieme”.