La truffa del biodiesel

Il governo italiano fa finta di ignorare che i biocarburanti non possono essere considerati combustibili a zero emissioni di carbonio. Alcuni di essi, come la palma o la soia, comportano due o tre volte le emissioni del petrolio

Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha raccontato alle televisioni italiane che al Consiglio d’Europa del 23 marzo scorso si sarebbe discusso, su proposta del nostro Paese, di politiche migratorie (solo cinque righe in dieci pagine di documento finale) e di biocarburanti (neanche una riga), nella vana speranza di rinviare il phase out alla mobilità elettrica oltre il 2035.

In realtà i governi hanno discusso tanto di aiuti all’Ucraina e hanno incontrato il segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres. Questi ha incontrato il Consiglio europeo (cioè i capi dei governi dei Paesi membri) perché “di fronte alla tripla crisi planetaria del cambiamento climatico, dell’inquinamento e della perdita di biodiversità” è urgente “rafforzare la risposta globale accelerando la decarbonizzazione e promuovendo soluzioni basate sulla natura”. All’Europa, come alle altre nazioni dell’Ocse, Guterres ha chiesto di anticipare l’obiettivo “zero emissioni nette” di CO2 di dieci anni, quindi al 2040. Di fronte ai costi sociali crescenti causati dalla crisi climatica, si deve accelerare la fine delle combustioni di petrolio e metano e non rallentare.

Ma dal 23 marzo la narrazione governativa del nostro Paese non sostiene più gli e-fuel, tanto cari ai tedeschi, ma gli italici biocarburanti, magari prodotti dall’Eni, più economici dei combustibili sintetici. I biocarburanti sono rinnovabili e costano solo il doppio del costo industriale (al netto delle tasse e della distribuzione) del gasolio e della benzina. Ebbene, no, la politica ignora, o fa finta di ignorare, che i biocarburanti non possono essere considerati, come l’elettrico, l’idrogeno verde e gli e-fuel, combustibili a “zero emissioni di carbonio”. Anzi, alcuni di essi, come la palma o la soia, comportano due o tre volte le emissioni del petrolio. Non sono green ma solo greenwashing, come ha stabilito la sentenza, confermata dal Tar del Lazio, dell’Autorità garante del mercato (Agcoom) del 15 gennaio 2020 che ha condannato Eni a pagare 5 milioni di multa, dopo ricorso di Legambiente, T&E e Mdc. 

Ma c’è di più. Le associazioni ambientaliste hanno appena scritto al ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin per segnalare le lacune del Decreto Biocarburanti che ha appena firmato: più di un quarto dei biocarburanti incentivati in “doppia contabilità” (circa 500 milioni pagati dagli automobilisti) sarebbero costituiti da “Uco” (oli vegetali usati) che non provengono da raccolta differenziata dei consorzi di riciclaggio nazionali (Conoe e Renoils) ma dalla Cina.

Insomma, si tratterebbe di una vera e propria “truffa del biodiesel”, come segnalato nel 2020 dagli stessi rappresentanti dei governi europei alla Commissione, negli atti parlamentari (indagine conoscitiva della Camera del 9 aprile 2019), e alla Corte dei Conti europea (2019). In pratica, importatori disonesti spacciano come olio di riciclo olio di palma grezzo non certificato e lo propongono al doppio ai petrolieri complici nazionali. Triplicando le emissioni di CO2 con coltivazioni di palme frutto di deforestazione.