La vita in Ucraina: “Popolazione stremata. Ma spera in Zelensky”

Roma, 21 agosto 2025 – “Ci abituiamo alle divise, ai carri armati e al coprifuoco, ma non agli allarmi. A quelli non è possibile”. Sono amare le considerazioni di Piero Meda, direttore Paese in Ucraina per WeWorld, l’organizzazione umanitaria che da marzo 2022 è attiva nelle zone di Kiev e lungo il fronte orientale di Kherson, Mykolayiv, Kharkiv e Donetsk. Lavora in un Paese stremato dalla guerra e che ora si trova di fronte a scelte difficili.

Piero Meda (Weworld)

Che cosa pensano gli ucraini delle trattative di pace e della cessione dei territori?

“È difficile dirlo davvero, considerando che qui le persone non si espongono visto che la vige la legge marziale. Sicuramente gli ucraini sono stanchi, stremati da un conflitto che dura da oltre tre anni. Ma c’è comunque speranza e coesione intorno a Zelensky”.

Mentre la politica lavora per provare a fermare la guerra, in Ucraina proseguono i bombardamenti e l’avanzata via terra dell’esercito russo. Come vivono oggi gli ucraini?

“C’è differenza tra la parte occidentale, dove la vita scorre quasi normalmente, e quella orientale, dove invece i bombardamenti sono maggiori, le allerte continue e i coprifuoco notturni più lunghi. Le città dell’est sono spopolate, in molti sono fuggiti mentre gli uomini combattono. A Kiev la popolazione si è visibilmente ridotta, di bambini non se ne vedono. Ciononostante, gli ucraini provano a vivere normalmente, come forma di resilienza”.

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Com’è la vita nella capitale?

“Sembra tutto normale, fino a quando non scatta l’allarme. Ogni volta che lo sento, mi viene la pelle d’oca. Lo spazio aereo è chiuso, ma volano ovviamente i droni che sono difficili da individuare, non è semplice infatti capire dove siano e quanto siano lontani. Poi arriva l’esplosione. Oltre che nelle città, insistono varie problematiche anche nelle zone rurali, dove i campi sono minati e le persone, soprattutto gli anziani che non vogliono lasciare le loro case, necessitano di aiuti”.

Che cosa manca nelle zone vicine al fronte?

“Manca un po’ di tutto, senza considerare che due terzi della popolazione risulta povera. Come WeWorld ci occupiamo di ricostruire gli acquedotti, fondamentali anche per il teleriscaldamento, di sensibilizzare le persone sul tema delle mine, di supportare le donne e i bambini”.

Come state voi di WeWorld?

“Pensavo di stare bene, poi quando sono tornato in Italia mi è stato detto che durante il sonno parlavo della guerra. Comunque proviamo a vivere con cautela, rispettando sia le regole governative che dell’organizzazione. Ovviamente non è semplice”.