Roma, 5 novembre 2026 – Dopo le Midterm, per il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, è venuto il momento di togliersi i sassolini dalle scarpe e allungare la propria ombra sul futuro del Medio Oriente e della regione mediterranea. A poche ore dal risultato delle elezioni americane è arrivata una sua dichiarazione, che, se non è un avviso di sfratto di Donald Trump, certo suona come l’ennesimo auspicio del ridimensionamento degli Stati Uniti nel quadrante e una sua gestione da parte di Paesi musulmani.
Mentre rientrava alla Corea del Sud, dove si trovava in visita ufficiale, parlando con l’agenzia di Stato Anadolu, ha dichiarato: “Il nostro desiderio più grande è che i risultati elettorali contribuiscano a una pace e a una stabilità durature in questa parte del mondo”. Il riferimento, con poca fantasia, è al risultato delle elezioni in Israele e a quello delle Midterm.
Probabilmente, la stessa cosa avrebbe voluto dirla anche il principe ereditario saudita, Mohammad Bin Salman, ma Erdogan ha una ragione e una freccia al suo arco in più. Come noto, il presidente turco, campione dei Fratelli Musulmani e fino a questo momento la loro espressione di maggior successo, è forse il maggior avversatore del premier Benjamin Netanyahu, definito in passato ‘non diverso da Hitler’, ‘uno psicopatico’ e ‘vampiro assetato di sangue’. Il presidente turco a Gaza viene idolatrato come una rockstar e ha da sempre stretti rapporti con quel che resta della dirigenza di Hamas.
A differenza di Bin Salman, il Reis, come lo chiamano i suoi seguaci della prima ora, ha il secondo esercito numerico della Nato e a Donald Trump può tornare utile, così tanto che il tycoon sta seriamente valutando di far rientrare la Turchia nel programma F-35, da cui l’aveva sbattuta fuori a causa dell’acquisto degli S-400, missili da difesa di fabbricazione russa.
Chi conosce Erdogan sa che il ruolo da non protagonista non gli è mai piaciuto e se in agosto ha dovuto mandare giù un rospo, firmando a La Mecca gli accordi con Pakistan e Arabia Saudita che hanno dato vita alla cosiddetta Nato sunnita, adesso è pronto a fare sentire la sua capacità di pressione a tutti. In primis agli Stati Uniti. Trump sa che la Turchia può tornare molto utile non solo nella ricomposizione del conflitto contro l’Iran, ma soprattutto in quello con l’Ucraina. La Turchia possiede la porzione maggiore di costa sul Mar Nero, i rapporti fra Erdogan e Putin sono (sulla carta) ottimi e Ankara sarebbe il partner perfetto per garantire che fra Mosca e Kiev non tornino le ostilità.
C’è poi l’Iran, con cui il presidente turco ha da sempre rapporti molto stretti e che ha aiutato più volte a eludere le sanzioni americane. Ma questo il tycoon sembra averglielo già perdonato. Fra i Paesi della ‘Nato saudita’ la Turchia è l’unico che può parlare con la Repubblica Islamica come un pari e con rapporti sereni, cosa che, per note ragioni, non può fare Riad e nemmeno il Pakistan.
Per il Reis si tratta della scommessa di una vita. Entrare come protagonista nella ridefinizione del Medio Oriente e del Mediterraneo del futuro, dopo aver giocato per anni su più tavoli, da quello europeo a quello della Nato, passando per la Russia e l’Arabia Saudita. Amico di tutti e di nessuno e dalle alleanze volatili. Ma sempre presente, fino a quando non sarà considerato indispensabile.