Roma – L’onda d’urto è fortissima. Non è ancora chiaro se l’allarme sia rosso, e tuttavia l’intensità delle prime reazioni all’annuncio del Papa sull’imminente ricovero basta a testimoniare quanto centrale sia oggi la sua figura nel tormentato quadro geopolitico globale.
A muoversi in prima linea, con una compattezza speculare al panico mediatico che rischiava di esplodere, sono stati i vescovi. Da un capo all’altro del pianeta le conferenze episcopali si mobilitano attorno all’appello della Cei di Matteo Zuppi: “La accompagniamo con la nostra preghiera e il nostro affetto”. Dagli Stati Uniti a Malta, la risposta è unanime.
In Italia, la notizia compatta senza esitazioni i palazzi della politica. A farsi interprete dei sentimenti del Paese è il capo dello Stato, Sergio Mattarella, con un testo denso di affetto: “Potrà contare sul partecipe pensiero di innumerevoli persone, in Italia come da ogni parte del mondo, siano esse credenti o non credenti”.
Un abbraccio trasversale a cui si associano a stretto giro i vertici del Parlamento, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, invocando per il Pontefice “una pronta e completa guarigione”. E qui emerge un dettaglio politico: la calma con cui il Santo Padre dà una notizia così grave contrasta con la tendenza dei leader a rincorrere il fragore e l’urlo. Un tono colto al volo da Giorgia Meloni: “La serenità e la tranquillità con cui ne ha parlato nell’Angelus di oggi ci rincuorano”, e condiviso da tutto il governo, da Tajani a Salvini.
Se il centrodestra ne elogia la compostezza, l’opposizione ne esalta la forza morale. Lo fa prima Angelo Bonelli (AvS), parlando di “testimonianza di umanità e coraggio”, e lo fa in modo ancora più organico Elly Schlein. E non è un caso. Nella cosmogonia della sinistra, da anni, la figura del Papa è un faro, soprattutto per lo schieramento netto della Chiesa su immigrazione e guerra. Ed è proprio questo il capitolo esaltato dalla segretaria del Pd nell’augurargli di ristabilirsi presto per “continuare a esercitare il suo magistero pastorale per l’affermazione della pace, in questo momento di grandi tensioni internazionali”.
Oltre i confini nazionali l’apprensione assume un risvolto geopolitico. Spicca il presidente israeliano Isaac Herzog, che esprime “auguri di pronta guarigione e vicinanza”: con la tensione tra Israele e Vaticano ai massimi storici, le sue parole si configurano come una presa di distanza dalla linea di Netanyahu.
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Calcoli elettorali pesano invece sul pronto sostegno espresso dal presidente brasiliano Lula, atteso dal ballottaggio: “Qui in Brasile, siamo tutti vicini a Lei”. È la riprova di come, dietro la solidarietà formale, si nasconda un peso politico ben più ampio. Come sottolinea Michele Marchi, docente di Storia contemporanea all’Università di Bologna: “In poco più di un anno, il Papa è diventato un punto di riferimento essenziale in una fase di crisi del multilateralismo e di assenza di leadership dotate di visione”.
La preoccupazione e gli auguri tradiscono insomma uno smarrimento generale di fronte alla crisi ai vertici dell’Occidente. Un vuoto che il Pontefice ha cercato di colmare da protagonista — come dimostra il recente richiamo di Metz, con cui ha spronato l’Europa a recuperare centralità nello scacchiere planetario — diventando la principale bussola etica sulla scena pubblica.
“Poiché il Papa si erge a contraltare del trumpismo – conclude lo storico – la sua temporanea assenza toglierebbe agli equilibri internazionali un contrappeso fondamentale”. Ed è proprio questa postura a non piacere all’inquilino della Casa Bianca: a tarda sera, Donald Trump non aveva ancora speso una sola parola di solidarietà per il Papa.