Rapporto Cnel, l’Italia che perde i suoi giovani: in 13 anni 630mila espatriati

Roma, 5 dicembre 2025 – L’Italia continua a perdere pezzi della sua generazione più giovane e qualificata. Non è più un’emorragia episodica, ma un vero esodo strutturale: tra il 2011 e il 2024 hanno lasciato il Paese 630mila giovani tra i 18 e i 34 anni, con un saldo netto – al netto degli ingressi dall’estero – pari a -441mila. È la fotografia, impietosa, del Rapporto CNEL 2025 “L’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati”, presentato a Villa Lubin.
Solo nel 2024 i giovani espatriati sono stati 78mila, con un saldo negativo di 61mila unità. Un dato colpisce più di tutti: il numero degli expat è pari al 24% delle nascite dello stesso anno. In altre parole, per ogni quattro neonati, uno è “cancellato” in prospettiva dalle statistiche demografiche perché la generazione successiva tende a cercare futuro altrove. Nel complesso, i giovani andati all’estero nel 2011-2024 equivalgono al 7% dei giovani residenti in Italia nel 2024.

Non solo questione meridionale

L’emigrazione non è più solo una questione meridionale. Quasi la metà dei 630mila giovani partiti viene dal Nord (49%), mentre il Mezzogiorno pesa per il 35%. Ma il Sud resta l’area più fragile: ai flussi verso l’estero si sommano quelli interni verso il Centro-Nord. Nel periodo 2011-2024 dal Mezzogiorno si sono trasferiti verso le altre aree del Paese 484mila giovani italiani. La Campania guida la classifica delle perdite con 196mila giovani in uscita verso altre regioni o l’estero, seguita da Sicilia (163mila) e Puglia (130mila).

Cambia il profilo di chi parte
 

A cambiare è anche il profilo di chi parte. Nel triennio 2022-2024 il 42,1% dei giovani emigrati è laureato, contro il 33,8% del periodo 2011-2024. In alcune regioni del Nord si supera o si sfiora la soglia del 50% di laureati tra chi se ne va: Trentino (50,7%), Lombardia (50,2%), Friuli-Venezia Giulia (49,8%), Emilia-Romagna (48,5%), Veneto (48,1%). Al contrario, in Sicilia (26,5%) e Calabria (27,2%) la quota di laureati tra gli emigrati resta più bassa, segnalando un doppio depauperamento: chi è più istruito parte, ma nel Sud una parte dei giovani ad alta qualificazione non arriva neppure a formarsi.
Colpisce anche la dimensione di genere. Tra i giovani emigrati nel triennio 2022-24 le donne laureate sono il 44,3%, gli uomini il 40,1%. Il divario è particolarmente ampio nel Mezzogiorno: in Campania la differenza tra laureate e laureati che emigrano è di 9,5 punti percentuali, in Puglia di 9,4, in Abruzzo di 9,3, in Sardegna di 8,6, in Calabria e Basilicata di oltre 8 punti. Le giovani più istruite sembrano avere una consapevolezza più acuta del divario di genere e scelgono l’estero per cercare contesti dove meritocrazia, diritti e carriere appaiono più accessibili.

Il costo del capitale umano

Tutto questo ha un costo enorme in termini di capitale umano. Il Rapporto stima in 159,5 miliardi di euro il valore dei giovani persi tra il 2011 e il 2024, calcolato come investimento complessivo di famiglie e settore pubblico (per la parte educativa) nella loro crescita e formazione. Di questi, 77 miliardi riguardano il Nord e 58 il Mezzogiorno. Le regioni che vedono “bruciare” più capitale umano sono Lombardia (28,4 miliardi), Sicilia (16,7) e Veneto (14,8). In termini di PIL, l’uscita di capitale umano nel periodo equivale al 7,5% del prodotto interno lordo; in alcune realtà il peso è drammatico: Alto Adige (17% del PIL), Calabria (16,6%), Sicilia (15,1%).

Italia ‘donatore’ di giovani qualificati

L’Italia, insomma, si conferma un grande “donatore” di giovani qualificati ai principali Paesi avanzati, senza ricevere in cambio flussi analoghi. L’Indice Sintetico dei Flussi Migratori (ISFM), che mette a confronto i giovani italiani in uscita verso dieci Paesi avanzati (Austria, Belgio, Francia, Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Regno Unito, Spagna, Svizzera, USA) e quelli stranieri in entrata dagli stessi Paesi, è pari a 9: per ogni giovane che arriva, nove se ne vanno. Nelle regioni meridionali l’attrattività è ancora più bassa: la Calabria arriva a un ISFM di 29,9, la Sicilia è a 28,2, la Campania a 23,6.
Guardando alle destinazioni, il Regno Unito è la prima meta (26,5% dei giovani italiani emigrati), seguito da Germania (21,2%), Svizzera (13%), Francia (10,9%) e Spagna (8,2%). Per i giovani europei e statunitensi, invece, l’Italia resta ai margini: solo l’1,9% sceglie il nostro Paese, contro il 20% che opta per la Germania, il 16,9% per il Regno Unito, il 15,4% per la Spagna, il 15,1% per la Francia e il 14,7% per la Svizzera.
Per capire le ragioni profonde di questa scarsa attrattività, il Rapporto non si ferma ai numeri. Tre diversi sondaggi tra giovani in Italia e all’estero raccontano un clima diffuso di insoddisfazione: conta sì la ricerca di migliori opportunità di lavoro, ma pesano anche l’inefficienza dei servizi pubblici, la percezione di scarsa meritocrazia, la qualità della vita urbana e dei luoghi di lavoro, la difficoltà di vedere riconosciuti diritti e competenze. Chi resta o rientra lo fa spesso per motivi personali e affettivi più che per convenienza professionale.

Cosa fare

L’analisi del CNEL si chiude con un’agenda di “che fare” che chiama in causa l’intera classe dirigente – governo nazionale e locale, università, imprese, sindacati – e non solo il decisore politico. Perché l’uscita di capitale umano giovanile non è più un fenomeno collaterale, ma una variabile decisiva per capire se l’Italia ha ancora le risorse, demografiche e cognitive, per agganciare una nuova fase di sviluppo. Senza un cambio di passo sulle condizioni di vita, di lavoro e di carriera delle nuove generazioni, il Paese rischia di restare a lungo quello che oggi i numeri descrivono: una terra che forma i talenti, ma non sa trattenerli.