Roma, 1 settembre 2026 – A poche settimane dalle elezioni di midterm (metà mandato), le crisi internazionali rischiano di pesare sul voto americano. Soprattutto quando il loro costo arriva nelle tasche degli elettori. Mario Del Pero, professore di Storia internazionale all’università SciencesPo di Parigi, ha spiegato come soprattutto la situazione in Iran e i dazi stiano impattando sulla quotidianità dei cittadini, ma come i candidati, tutti di posizioni estreme sostenuti dal tycoon abbiano vinto nelle primarie dei collegi, segno che il voto MAGA è ancora molto compatto.
Professor Del Pero, Trump era tornato alla Casa Bianca promettendo di essere un “presidente di pace”. Quanto pesa il mancato raggiungimento di quei risultati?
“Più delle promesse disattese pesano i costi delle crisi internazionali quando arrivano nelle tasche degli americani. I fallimenti delle guerre del XXI secolo hanno alimentato dal 2008 una domanda di disimpegno che Trump ha cavalcato. Oggi la fiducia dei consumatori è su livelli estremamente bassi e storicamente questo malessere tende a rivolgersi contro il presidente e il suo partito, soprattutto al primo midterm”.
La guerra con l’Iran può diventare un problema concreto per i Repubblicani?
“Sì, perché la socializzazione dei costi è particolarmente visibile. Il prezzo della benzina ha un valore materiale e simbolico molto forte negli Stati Uniti. A questo si aggiungono inflazione, tassi e mutui. L’Iran erode il consenso soprattutto tra quegli elettori mobili e indipendenti che Trump aveva conquistato nel 2024. La base MAGA resta solida, ma da sola non basta”.
Quanto conta il legame tra politica estera ed economia?
“Tantissimo. Esiste un anti-interventismo trasversale, figlio anche degli insuccessi delle ultime guerre americane. Ma l’avversione aumenta quando l’uso della forza diventa un boomerang percepibile alla pompa di benzina o al supermercato. Lo stesso vale per i dazi: sono sostanzialmente una tassa sul consumo e incidono sui prezzi”.
Il mancato accordo sull’Ucraina può danneggiare l’immagine negoziale di Trump?
“Può danneggiarla, ma meno di quanto si pensi. Nel dibattito politico americano l’Ucraina è diventata marginale. Si parla moltissimo di Iran e Medio Oriente, di America Latina, dazi e Cina. L’Ucraina non è dimenticata dal Congresso, ma nella sfera pubblica e sui media se ne parla molto poco”.
Trump rischia di diventare un problema per i candidati repubblicani nei collegi più competitivi?
“Nelle primarie l’endorsement di Trump resta molto potente, ma alle elezioni generali la situazione cambia. I candidati difficilmente possono dissociarsi da lui, mentre queste midterm saranno anche un referendum sulla sua amministrazione. Inoltre, Trump sostiene spesso candidati molto estremi, capaci di vincere le primarie ma più vulnerabili alle elezioni generali. Essere associati a lui può quindi costituire un handicap”.
Dopo le ‘forever wars’, sta tornando una forma di isolazionismo nell’elettorato americano?
“Non userei il termine isolazionismo. Un Paese al centro delle interdipendenze globali e del sistema del dollaro non può realmente isolarsi. Può agire unilateralmente, quasi in maniera imperiale, come sta facendo Trump. Questo ‘neo-imperialismo’ sarà rigettato se presenterà un conto troppo salato. Più che l’isolazionismo, conta la disponibilità degli americani a sostenere i costi della politica estera: quando arrivano nelle loro tasche, il consenso viene meno”.