È uscito ‘La bambina del miracolo’ (La nave di Teseo), di Myrta Merlino, giornalista e conduttrice tv che raccontando la sua “mamma geniale” Annamaria Palermo si cala nella storia del ’900: dalla Napoli del dopoguerra e del Sessantotto alla Cina di Mao e alla New York degli anni Ottanta. Ne pubblichiamo un brano
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Mamma indossa abiti stravaganti che per me sono bellissimi. Lei non mette gonne lunghe e coprenti, non mortifica la propria femminilità: è elegante e ben truccata come sempre, si distingue in quel corteo che rifiuta la moda come un ostacolo all’emancipazione. Lei non imita nessuna, non appartiene a un gruppo. È libera anche in questo. E lo è radicalmente. Orgogliosamente. Pericolosamente.
Per noi figli la sua libertà è una tempesta. Una sera a Capri – avrò avuto una decina d’anni e mia sorella Giulia tre o quattro, abitavamo in una casetta a Tragara – mamma esce e ci lascia soli, come fa spesso, contando sul nostro sonno pesante. Ma in piena notte ci svegliamo, abbiamo paura e decidiamo di uscire in pigiama così come siamo. Assonnati e frastornati, andiamo a cercarla. Io tengo per mano i miei fratelli, mi sento Wendy di Peter Pan.
La troviamo in piazza, seduta in un bar, elegantissima e truccatissima come sempre. Quando ci vede, invece di rimproverarci come avrebbe fatto qualunque altra madre, ci accoglie con gioia: “Bravi, che bello siete venuti a cercarmi, sedetevi con noi.” Ci fa posto vicino a lei e ci presenta sorridente ai suoi amici, pittori, poeti, alternativi di ogni genere. Noi rimaniamo impietriti, ci aspettavamo una sgridata o al limite delle scuse. E invece lei allarga il cerchio e ci fa entrare nella sua notte. Con mamma tutto è azzardo, improvvisazione, assenze inaspettate e amore totalizzante.
Annamaria parte, torna, discute, si emancipa e pretende che anche noi facciamo lo stesso. A me bambina la sua libertà pare abbandono. Per lei, vita; per noi, catena. Un figlio chiede riparo, che qualcuno resti, che il mondo intorno a lui sia stabile. E io in quel momento desidero certezze, confini, una casa che non tremi sotto i miei piedi, che non cambi dalla mattina alla sera. Lei invece, instancabile, ci spinge oltre, sempre più in là. Annamaria insegna con slancio e dedizione, e fa la madre a modo suo, riversando sui figli un amore smodato e capriccioso. Occupa di nuovo tutto lo spazio con energia incontenibile.
Ci viene a prendere a scuola con una 500 decappottabile e ci porta al mare all’improvviso, anche fuori stagione. Ci infila con lei nella grande vasca di casa, dopo aver profumato l’acqua e l’aria con sali e saponi odorosi, poi ci cosparge di creme, ci pettina con calma e voluttà, ci allena al culto del corpo e dei suoi piccoli piaceri. Ci porta in giardino a raccogliere i fiori e si cimenta, con me, in laboriose pettinature punteggiate di gemme fresche. Ci insegna a dipingere, a suonare la chitarra, sempre in quel suo modo precipitoso e impaziente. A carnevale poi entra in una sorta di euforia creativa e inventa maschere raffinate e incomprensibili. Mentre le mie coetanee si vestono da principessa, da Heidi o da Cappuccetto rosso, io devo trovare il modo di spiegare ai miei amichetti che cos’è una Guardia rossa e perché invece di un cestino o di uno scettro da regina stringo in mano il Libretto di Mao e porto severe giacche di tela blu. Un anno, folgorata da una rappresentazione della Signora delle camelie, con Margot Fonteyn e Nureyev, decide che io devo essere Marguerite, bella, innamorata e consumata dalla tisi. “Quest’anno ti vesto come La dame aux camélias,” annuncia raggiante. “Sarà un costume da oscar, ti ornerò di meravigliose camelie fresche. Ho già in mente acconciatura e trucco, mi ispirerò alle atmosfere di Visconti.”
Io mi sento una cavia, sottoposta a lunghe ed estenuanti vestizioni, consapevole che quella maschera sarà guardata con ironia dalle mie amiche. Ma lei è inarrestabile, tira fuori da un baule antichi merletti della bisnonna, cerca scarpette un po’ retrò con tacco a rocchetto, taglia pezzi di veletta da sistemare sui miei capelli cotonati, voluminosi e bombati sulla fronte. Infine mi sistema al collo un antico monile ereditato da sua madre e mi trucca con cura infinita, trasformando il mio volto di bambina in una sorta di seducente Lolita. Il risultato è che quando arrivo a casa di Jacopo, il mio compagno di scuola preferito, circondata nell’affollatissima festicciola da Zorri, moschettieri, Cenerentole e Biancanevi, decido di non togliermi il cappotto per evitare di dover spiegare il dramma della cortigiana innamorata del giovane Armand che sacrifica il proprio amore alla rigida morale famigliare e muore consumata dalla malattia e dal dolore…
Lei, fierissima, mi scatta foto artistiche che espone nel nostro salotto e mostra agli amici come un trofeo. “Guarda che meraviglia Myrta vestita da Marguerite, non ti sembra una piccola Isadora Duncan?”
Io detesto quelle foto, una in particolare in cui mi vedo adulta e irriconoscibile, eppure dopo la morte di mamma me la sono portata a casa e l’ho messa sul mio comodino. Mi guarda ogni notte, mi sorveglia, mi accarezza nel tempo della nostalgia beffarda.