Bologna, 5 maggio 2026 – Migliaia di persone sono attese oggi a Padova per dare l’ultimo saluto ad Alex Zanardi, l’ex pilota e campione paralimpico che si è spento l’1 maggio nella struttura dell’Opera Immacolata Concezione di Padova dove era ricoverato da anni. Alle 11 la basilica di Santa Giustina, che può ospitare fino a tremila persone, non sarà sufficiente per contenere l’affetto di chi ha voluto bene al campione bolognese: per questo motivo nella grande piazza di Prato della Valle, chiusa al traffico dalle 9 alle 13, sarà allestito un maxischermo. Il rito potrà essere seguito anche qui, sul nostro sito web. Con il parroco della Basilica, padre Federico Lauretta, la funzione funebre sarà celebrata da don Marco Pozza, amico personale di Zanardi, cappellano del carcere di Padova che permise il contatto con papa Francesco, dal quale la mamma di Alex ricevette una corona da rosario e una lettera. Forse le ceneri saranno portate nella sua Castel Maggiore, come vorrebbe la madre. Il Veneto ha proclamato il lutto regionale, il presidente Alberto Stefani sarà presente con il suo predecessore Luca Zaia, Fabio Fazio, Gianni Morandi, il sindaco di Bologna Matteo Lepore (nel capoluogo emiliano bandiere a mezz’asta negli edifici pubblici, lutto cittadino anche a Noventa Padovana), il ministro Andrea Abodi, il presidente del Coni Luciano Buonfiglio, Giovanni Malagò, Bebe Vio. Sotto l’altare sarà posizionata la handbike di Alex, davanti alla bara che sarà accompagnata dagli atleti di Obiettivo3, la squadra voluta da Zanardi e guidata dal figlio Niccolò.

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Anche chi ha vissuto i momenti difficili, quelli in cui Alex Zanardi magari perdeva per un attimo il sorriso contagioso che l’ha reso un portatore sano della differenza, oggi sarà a Padova a piangere un’assenza che è già una presenza gigantesca. Marco Giunio De Sanctis oggi è il presidente del Comitato Paralimpico italiano. Nel 2012 e 2016 era il capomissione degli azzurri alle Paralimpiadi di Londra e Rio, dove Zanardi vinse quattro medaglie.
Lei ha visto Zanardi anche nelle difficoltà. Come era?
“Io l’ho frequentato anche fuori, non posso dire di essere stato uno dei suoi amici più cari, ma ho avuto una approfondita conoscenza, soprattutto alle Olimpiadi e prima ai raduni. Era come tutti lo conoscono: incapace di piangersi addosso”.
Come faceva a essere sempre positivo?
“Di alcune cose private non amava parlare tanto, faceva eccezione per il figlio e la moglie ai quali era legatissimo, riempivano i suoi discorsi. Per il resto non amava compatirsi. Era umile, semplice, un grande narratore e comunicatore capace di contagiare chi gli stava vicino. Raccontava sempre le sue storie con autoironia”.
Una dote che gli ha permesso di avvicinare i mondi dei disabili e dei ’normotipi’.
“Ci sono alcuni personaggi che a livello mondiale hanno dato tantissimo in termini di immagine. Il primo è stato Pistorius, al di là di quello che è successo poi sul piano giudiziario. Ma su quella dimensione straordinaria c’era anche Zanardi, con la differenza che ha acquisito importanza planetaria con il suo esempio ancora prima di aver vinto qualcosa. Gli ori di Londra sono stati un’apoteosi confermata poi nel 2016. Ma parliamo di tempi in cui ancora c’erano remore e tabù, questi personaggi hanno fatto la storia del nostro movimento. Zanardi era contagioso soprattutto per una caratteristica che non tutti i campioni hanno avuto”.
Quale?
“La sua totale mancanza di divismo. Quando parlavi con lui ti raccontava i suoi problemi, non se la tirava, parlava nello stesso modo al bambino e all’anziano, aveva la grande capacità di raggiungere qualunque essere umano perché era generosissimo, leale e umile”.
Avrà avuto anche dei difetti…
“Come tutti noi. Era molto orgoglioso, a volte in modo estremo. La sua grandissima dignità su certe cose di principio a volte lo faceva essere poco accomodante”.
Il momento peggiore che avete passato insieme?
“Momenti davvero brutti non ne ricordo. All’inizio era un po’ sconcertato perché doveva ancora prendere dimestichezza con il nostro mondo e capire chi fosse diventato, che cosa potesse fare. Poi l’ha scoperto, non solo con le vittorie. Gli unici momenti di sconforto c’erano quando ci raccontava del primo incidente del 2001 e dei problemi che aveva causato alla sua famiglia. Ma è sempre così: la disabilità crea difficoltà all’inizio, quando riesci ad accettarla le cose vanno meglio. E quando lui ha metabolizzato il cambio della sua condizione è diventato Alex Zanardi”.
Stupisce come sia passato da uno sport individualistico come i motori a uno dal pieno spirito olimpico.
“Capisco la domanda. Ma c’è un altro esempio da ricordare: Clay Regazzoni dopo l’incidente che lo portò su una carrozzina non diventò un grande atleta paralimpico, ma da presidente della Federazione italiana degli atleti speciali portò avanti un lavoro fondamentale per tutto il movimento. I motori sono un ambiente ricco dove è facile sentirsi personaggio. Lo sport paralimpico è una realtà più povera economicamente, umile, dove quasi nessuno se la tira. Diventarne l’emblema è stata la vera grandezza di Alex”.
