Stefano Zecchi: “A destra troppi egoismi, addio egemonia culturale”

“Il ministro della Cultura? Non deve puntare a incarnare Nietzsche, ma Cirino Pomicino”. Stefano Zecchi, 81 anni, veneziano, in consiglio comunale con FdI, l’ha scritto la settimana scorsa su Il Giornale, parlando di conservatorismo e di come non possa esistere, al momento, un’egemonia culturale di destra.

Professore, gli occhi d’Europa e del mondo sono tutti sulla Biennale e l’Italia – per usare un eufemismo – non sembra che stia facendo una grande figura.

“C’è una serie di equivoci alla base di tutto – dice Zecchi al telefono –. Innanzitutto: l’arte non si censura. Ma l’arte arriva dagli artisti e non scende certo dall’iperuranio. E nella delegazione russa c’è chi ha rapporti diretti con Lavrov. E poi c’è un’istituzione culturale come la Biennale che è stata presa di mira da 22 Paesi dell’Unione europea per il caso del padiglione russo. E l’Europa minaccia di non pagare un contributo sostanzioso di milioni di euro”.

Al centro della questione ci sono il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, e il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, due espressioni della destra culturale. Ha sbagliato Buttafuoco?

“Ha sbagliato nel non tenere conto degli effetti politici di questa decisione di aprire al padiglione russo e da una persona intelligente come lui non me lo sarei aspettato. Ci fu una Biennale del Dissenso cinquant’anni fa, ma allora venne permesso agli artisti che non potevano esporre in Unione Sovietica, di esporre in quel contesto. Ora il discorso è completamente diverso, perché gli artisti russi sono comunque legati al regime di Putin”.

Il padiglione Russia alla Biennale di Venezia
Il padiglione Russia alla Biennale di Venezia, 13 Marzo 2026. ANSA/ANDRTEA MEROLA

Quindi ha fatto bene Giuli a mandare gli ispettori?

“La Biennale non è un museo, ma un’istituzione culturale che vive di sostegni anche economici, come abbiamo detto poco fa. Quindi credo che il ministro non potesse fare altrimenti. Ma io non so proprio come andrà a finire tutta questa storia”.

Intanto è diventato un campo di battaglia anche all’interno della destra: Giuli da una parte e Buttafuoco dall’altra.

“Sono due persone intelligenti, trovino una soluzione. Non continuino a tirare la corda, perché la corda in mano alla fine a qualcuno resta e poi che succede?”.

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L’altro giorno scriveva di conservatorismo e di come sia difficile un’egemonia culturale anche per gli individualismi che ci sono a destra. La storia della Biennale è paradigmatica in questo senso?

“In effetti lo è, si fa fatica a non ammetterlo. Il conservatore in ambito culturale non fa fronte comune e oltre a difendersi dalle critiche di sinistra, deve difendersi anche da quella dei colleghi. Perché prevalgono egoismi e ambizioni”.

Lei citava Edmund Burke che scrive della “gloriosa Rivoluzione” inglese del 1688 e della Rivoluzione francese. Più di un consiglio di lettura?

“Il conservatorismo non significa rimanere seduti su una sedia e vedere il mondo che ti passa davanti. No, significa agire, intervenire. Ma deve essere un modo di agire diverso da quello che può arrivare dalla cultura di sinistra che è figlia della Rivoluzione francese. E quindi non può essere di certo “buttiamo all’aria tutto“”.

Il conservatorismo non significa rimanere seduti su una sedia e vedere il mondo che ti passa davanti. No, significa agire, intervenire

Però la tendenza è quella sempre di un spoils system esagerato. Su questo quanto incide la voglia di rivincita che si muove a destra?

“Incide, sicuramente. Per le esperienze che ho avuto come amministratore dico che a volte ci sono delle incrostazioni che vanno tolte, ma che per fare degli interventi ci vuole sempre molta cautela. Vanno guardate prima sempre le capacità, le esperienze passate per evitare di fare errori. È impensabile sostenere che si possa fare un’egemonia culturale di destra, buttando per aria tutte quelle che erano le figure apicali di prima nelle fondazioni e nelle associazioni culturali. E non soltanto lì”.

L’altro caso di questi giorni riguarda Beatrice Venezi “licenziata” dalla Fenice dopo le polemiche dell’ultimo anno.

“Non ci si mette muro contro muro contro l’orchestra. Piuttosto si deve cercare una mediazione, un incontro. Sarà anche il mio carattere che non cerca lo scontro, Dagospia l’altro giorno mi ha definito “il serafico Zecchi“, ma se si incrociano sempre le armi, si finisce con il farsi male. Nel caso specifico di Venezi: prima viene imposta e poi viene imposta la sua rimozione. Non si fa così”.

Davvero allora è convinto che un ministro della Cultura non debba essere l’incarnazione di Nietzsche, ma di Cirino Pomicino?

“Ne sono convinto sì. I democristiani erano dei geni nel valutare le persone. Capisco il piacere che può provare un ministro, in generale dico, nel sentirsi incarnazione di un grande filosofo e con una visione del mondo molto precisa. Ma la priorità invece è mettere le persone giuste al posto giusto, anche se non sono del tuo partito, ma sai che sono persone valide per un valido discorso culturale per il tuo Paese”.