Roma, 28 giugno 2026 – Come nella migliore tradizione del bastone e della carota, Stati Uniti e Iran prima negoziano e poi si punzecchiano a vicenda, con buona pace dell’apprensione della comunità internazionale e delle migliaia di morti in Libano, l’altro fronte che continua a ostacolare la ricomposizione di quello principale. La regione del Golfo è esasperata da una crisi che si prolunga nonostante l’attività diplomatica. E, secondo il Wall Street Journal, gli ultimi scontri avrebbero già fatto saltare una seconda fase di colloqui sul programma nucleare iraniano, prevista questo weekend in Svizzera.
Da giovedì scorso, con l’attacco a una petroliera nello Stretto di Hormuz e la risposta di Washington, il cessate il fuoco scattato dopo l’accordo del 17 giugno non è mai apparso così fragile. Ieri il Bahrain ha chiesto “un’azione internazionale per fermare la ripetuta aggressione iraniana”. La solidarietà è stata unanime, a partire da quella del ministro degli Esteri Antonio Tajani, che su X ha espresso “la più ferma condanna per i nuovi attacchi iraniani che hanno colpito Bahrain e Kuwait”, ai quali va “la piena solidarietà del governo italiano”. Azioni, ha aggiunto, che “minano gli sforzi per ripristinare la sicurezza e la stabilità nella regione”.
Nelle stesse ore si sono fatti sentire in molti. Ahmed Aboul Gheit, segretario generale della Lega Araba, ha definito Teheran “pienamente responsabile” di azioni illegali che minano la pace in Medio Oriente. Duro anche Jassim al-Budaiwi, segretario generale del Consiglio di Cooperazione del Golfo, secondo il quale i raid contro Kuwait e Bahrain sarebbero stati “premeditati”. E poi c’è l’Arabia Saudita, il peso massimo della regione. Il ministero degli Esteri di Riad ha condannato gli attacchi e sottolineato che le azioni della Repubblica islamica mettono a repentaglio “la sicurezza e la libertà di navigazione” nello Stretto di Hormuz.
La diplomazia regionale prova comunque a muoversi. L’Iraq ha offerto una mediazione, dicendosi pronto a ospitare i Paesi del Golfo per discutere della sicurezza regionale e porre fine al conflitto. La proposta è arrivata mentre il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi si trovava a Baghdad, anche in vista delle esequie di Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio, all’inizio del conflitto.
Araghchi ne ha approfittato per rilanciare la linea di Teheran. Prima ha chiesto l’istituzione di un “quadro di sicurezza” che includa tutti i Paesi della regione “senza la presenza o l’interferenza di alcun Paese esterno”: non solo gli Stati Uniti, dunque, ma anche aspiranti mediatori, a cominciare dalla Turchia. Poi ha attaccato Washington sul dossier libanese.
Infine, la madre di tutte le battaglie: Hormuz. Secondo Araghchi, in base al protocollo d’intesa tra Iran e Usa, la situazione nello Stretto tornerà a quella prebellica, ma sotto gestione iraniana. Il ministro ha annunciato che Teheran manterrà il controllo esclusivo della via d’acqua per i prossimi trenta giorni, avvertendo che qualunque interferenza esterna “aggraverà la tensione” e ritarderà la riapertura della rotta. Si va avanti così, fino alla prossima tensione. Gli Stati Uniti si dicono pronti a colpire in caso di nuove aggressioni iraniane alle navi nello Stretto. Donald Trump ha avvertito su Truth di essere pronto a “spazzare via la Repubblica islamica” se Washington fosse costretta a tornare in guerra. I pasdaran rispondono con la stessa durezza: se il nemico violerà il cessate il fuoco, “risponderemo con maggiore forza”. Secondo fonti americane citate da Axios, Stati Uniti e Iran avrebbero concordato di sospendere i reciproci attacchi nello stretto di Hormuz e di tenere un incontro domani a Doha.